C’è un tipo di mal di schiena che non “suona” come quello da postura o da sforzo. È più subdolo: ti sveglia nella seconda metà della notte, al mattino ti fa sentire “arrugginito” e, paradossalmente, migliora quando ti muovi. Quando ho iniziato a riconoscere questo schema, ho capito perché la spondiloartrite anchilosante viene spesso scoperta in ritardo, non perché sia invisibile, ma perché si maschera da dolore comune.
I segnali che fanno alzare le antenne
La chiave è distinguere il dolore lombare infiammatorio dal mal di schiena meccanico. In genere, la spondiloartrite anchilosante si fa notare con:
- Rigidità mattutina che dura a lungo (tipicamente oltre 30 minuti) e persiste da più di 3 mesi
- Dolore lombosacrale che può irradiarsi al gluteo, a volte alternando lato
- Peggioramento con riposo e miglioramento con movimento
- Difficoltà a dormire per il dolore, spesso con risvegli notturni
- Sensazione di “colonna bloccata” o postura che cambia nel tempo
A questi si possono associare manifestazioni “fuori dalla schiena”, come dolori a tendini e inserzioni (entesi), artrite periferica o episodi di uveite (occhio rosso, dolore, fotofobia), che meritano attenzione perché indirizzano molto la diagnosi.
Diagnosi: un puzzle, non un singolo esame
Qui arriva la parte più importante: non esiste un test unico che “certifica” tutto. La diagnosi è integrata e spesso segue i criteri ASAS, utili anche nelle fasi precoci.
1) Anamnesi ed esame obiettivo
Il medico cerca un profilo coerente con infiammazione e valuta mobilità e postura. Alcuni indizi pratici:
- limitazione della flessione lombare
- ridotta espansione toracica
- dolore alle articolazioni sacro iliache alla palpazione o con manovre specifiche
2) Esami di laboratorio
Gli esami servono più a sostenere l’ipotesi e a escludere alternative che a “fare diagnosi da soli”:
- PCR e VES possono essere elevate, ma non sempre
- HLA-B27 è positivo in molti pazienti, però non è obbligatorio
- tipicamente assenza di fattore reumatoide (malattia “sieronegativa”)
3) Imaging: radiografia e soprattutto RM
L’imaging è spesso lo snodo decisivo. In sintesi:
- Radiografia: utile se la malattia è già “radiografica”, cioè con segni di sacroileite visibili e possibili modifiche strutturali.
- RM: è preziosa nelle forme precoci, quando la radiografia può essere ancora normale, perché intercetta infiammazione attiva a livello sacro iliaco e colonna.
Trattamento: obiettivi chiari, strategie combinate
La spondiloartrite anchilosante oggi si gestisce bene in molti casi, a patto di puntare su tre obiettivi: ridurre dolore e infiammazione, mantenere mobilità, prevenire deformità e disabilità.
Fisioterapia e stile di vita (la base che non si salta)
Qui la costanza vale più dell’intensità. Funzionano:
- esercizi quotidiani di mobilità e allungamento per colonna e anche
- lavoro su postura e respirazione, con attenzione all’apertura toracica
- attività regolare (cammino veloce, nuoto, forza “intelligente”)
- stop al fumo, perché peggiora prognosi e capacità respiratoria
Farmaci di prima linea: FANS
I FANS sono spesso il primo vero “interruttore” dei sintomi. Indometacina, naprossene, diclofenac o COX2 selettivi possono ridurre dolore e rigidità. Vanno usati con criterio, monitorando tollerabilità gastrointestinale, renale e cardiovascolare, insieme al medico.
Quando non basta: biologici e terapie mirate
Se i sintomi restano alti o la malattia è attiva nonostante i FANS, entrano in gioco i biologici, come inibitori TNF o IL-17. Prima di iniziarli si fa uno screening accurato (per esempio tubercolosi latente e infezioni), poi si monitora la risposta nel tempo.
Altri interventi utili (selezionati)
- Sulfasalazina: può aiutare soprattutto se c’è artrite periferica, meno sull’asse vertebrale
- infiltrazioni locali di corticosteroidi in sedi specifiche, evitando l’uso sistemico prolungato
- gestione del dolore severo con approccio graduale, personalizzato
- supporto su vitamina D e salute ossea quando indicato
Chirurgia: rara, ma esiste
Si considera solo in casi selezionati, per danno articolare importante o deformità severe, dopo valutazione specialistica.
Il punto decisivo
Il lettore cerca una risposta concreta: sì, questa malattia può portare a rigidità marcata e, nei casi avanzati, a fusione ossea, ma non è un destino inevitabile. La differenza la fanno diagnosi tempestiva, movimento quotidiano e terapie mirate. Se riconosci quel “mal di schiena che migliora camminando” e peggiora stando fermo, vale davvero la pena parlarne presto con un reumatologo.




